quel mio secondo primo amore

Non so dire perché ci stia pensando proprio ora. Non è colpa di San Valentino, né delle coppie sbaciucchiose, né dei filmacci in giro, né dei libri; forse è qualcosa che ha la sua ragione profonda negli istinti primordiali, nei bisogni di un essere umano, nel tempo che passa e scandisce gli anniversari più improbabili.

Mi tengo alla larga dal cellulare perché so cosa potrebbe succedere: chiamo lui, ci vediamo, diamo completezza ad un istante, ci diciamo di nuovo addio, soffriamo di nuovo…è una storia già vista e già vissuta.
E così mi appiglio alla convinzione che da soli è meglio. Punto.
E ciò che può essere una debolezza può diventare un esercizio di forza, come quando le persone smettono di mangiare…e ce ne sarebbe da scrivere.
Lo scopo ora potrebbe essere la completa trascendenza: si può vivere senza desiderare l’amore? senza provare desiderio? senza il cuore che ogni tanto parte all’impazzata? senza che un nugolo di ormoni si scateni? senza un chiodo fisso?
Potrebbe essere veramente il mio scopo e, forse, molto più semplice di tanti altri progetti.
E così, andando al lavoro, una felpa stesa ad asciugare mi ricorda la seconda volta in cui mi sono innamorata, di quegli amori che lacerano il cuore, quegli amori che sono bellissimi e dolorosi perché rappresentano il salto tra infanzia e adolescenza e perché rimangono eterei, mai conclusi e forse mai iniziati. Amori che si struggono di poesie sdolcinate in cui ogni giorno è un nuovo verso, ogni lacrima una rima e quel che resta – a distanza di poco meno di vent’anni – è un pessimo esercizio di poesia.
Poco meno di vent’anni perché io faccio le cose sempre molto tardi, ma lui me lo ricordo ancora benissimo: bello e irraggiungibile, con il suo scooter verde, compagno di squadra, un anno avanti a me a scuola.
Ha mai saputo che lo amavo?
Sì, glielo dissero le compagne di squadra dopo una gara nazionale, la mia prima gara nazionale andata malissimo. Il dolore per quel segreto svelato fu così atroce che mi nascosi ai suoi occhi contando i giorni, evitando di incrociarlo, gli dissi qualcosa a proposito di un allenamento concluso dopo sei mesi dal fattaccio e mi sembrò di avergli rivelato chissà quale segreto imperscrutabile.
Quando diedi il primo bacio a M. dietro una centralina dell’energia elettrica in una serata assurda, in un momento assurdo (e mi ricordo ancora tutto), immaginavo lui.
Era un adolescente divertente M. e questo bisogna concederglielo.
Ma non era lui.
Il resto è sempre stato così: non era mai la persona che volevo.
E così è stato anche per quel povero disgraziato del tatuatore che si è ritrovato a competere con un’immagine dell’amore, con una persona che rimarrà sempre nel mio cuore ma che è come quel secondo amore: mai realizzato.
Tutto questo per?
Sì, per ricordarmi che una volta amavo.
Una volta…per l’appunto.
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5 pensieri su “quel mio secondo primo amore

  1. Mi piace questo tuo pensiero così malinconico… forse perchè mi ci vedo un pò dentro.
    Ogni tanto ci vuole un pò di poesia, di ricordi buttati li, di pensieri lontani…. e basta, perchè i rimorsi si lasciano al passato… solo al passato.

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