Never mind

Mi piace lavorare.
Però c’è qualcosa, non è stanchezza e neppure schifo, è proprio quel “certo non so che” che mi urta i nervi.
Guadagnassi regolarmente uno stipendio probabilmente mi tapperei il naso e andrei avanti per la mia strada, ma così non ha proprio senso: se uno deve avere un passatempo remunerato così come viene, tanto vale che sia piacevole.
Ogni giorno, in ferie, pensavo “quando torno mi licenzio” e anche questa mattina finche mi asciugavo i capelli.
Poi io mi conosco: non ne sono capace.
Troppi sensi di colpa.
Ma mi sono così arrabbiata oggi, che il pensiero si è fatto quasi tangibile, il desiderio è diventato una necessità.
Poi ho incanalato tutti i pensieri negativi e loro, come d’abitudine, sono andati sullo stomaco.
Respiro.
Mi riabituo alla routine.
E ripeto tra me e me: “Does no one understand the difference between nobility and royalty? Never mind.” 
Perché almeno un punto fermo bisogna averlo.
Ma questa è una lunga storia.

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4 pensieri su “Never mind

  1. Mi colpisce il numero di persone che sempre più spesso si imbrigliano in questi pensieri: li fai tu, li faccio io… non credo che si tratti di sensi di colpa, piuttosto di mancanza di fiducia, come se non ci sentissimo all’altezza di un’alternativa migliore. Pensa però cosa potrebbe succedere (e come forse il mondo sarebbe migliore) se finalmente tutti decidessimo di essere più liberi e più felici…

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