che ne sarà di noi

La vita scorre serena, nel mio angolino veneziano non si sono mai perse le buone abitudini dei negozi di vicinato, della spesa “piccola” giornaliera, del pane fresco, del macellaio che fa le polpette, del caffè al bar, delle chiacchiere in via (l’unica di tutta la città).
Qui i bambini hanno sempre giocato al parco e davanti alla chiesa e qui continuiamo a farlo, come un’unica e grande comunità.
La differenza è che adesso ci tocca giocare anche al mattino.
E io, che lavoro nel turismo, mi guardo intorno e ho paura.
Paura di non riuscire ad avere reddito.
E mi sembra più che sufficiente come paura, visto che ho the rugrat da mantenere.
E poi…asili chiusi e quindi the rugrat e io sempre insieme.
Faccio la mamma.

“Torneresti indietro?”
“No. Prenderei un gatto.”

E sono seria.

normalmente incasinata

Ok, manca poco.
Io sono tecnicamente in maternità, faccio analisi su analisi, frequento corsi di preparazione alla nascita, frequento altre donne gravide, compro prodotti omeopatici che dovrebbero aiutare qualcosa.
Insomma, faccio quello che la società si aspetta che io faccia.
Eppure sono terrorizzata non tanto del parto, quanto del non volere bene a the rugrat, ho paura di aver voglia di non avere niente a che fare con questo nuovo essere, ho paura che non sia sano, che non lo sia abbastanza, che io non sia abbastanza per lui.

Ce ne faremo una ragione.

aneddoti lavorativi

Sono stata talmente tanto concentrata su questioni contingenti che non mi sono goduta gli aneddoti quotidiani.

E così una signora mi chiama per lamentarsi perchè non riesce a fare un bonifico, la colpa ovviamente è mia: sicuramente le ho dato i dati sbagliati o ho fatto qualcosa per impedirglielo.
Fatto sta che mi prendo parole da lei e dal marito in viva voce per una ventina di minuti.

Dopo un po’ mi richiama sottovoce…
“mi scusi, sa, ma mio marito metteva gli spazi nell’IBAN”
“Signora, può capitare”

In realtà il mio sottotesto era: può capitare di essere così idioti a non riuscire a fare un bonifico con l’home banking nel 2018.

Mi avrà creduto?

parole tabù n.1

Quest’anno non voglio avere parole tabù nel mio vocabolario.
Iniziando dai sentimenti negativi:

Odio
Risentimento
Rabbia
Invidia
Astenia
Disinteresse
Noia
Solitudine
Abbandono

Quindi se volete farmi una domanda su di me, sui miei rapporti umani, scegliete pure a caso una delle opzioni qui sopra.
Andrà bene.

la gentilezza

Io non mi considero una persona particolarmente gentile.
O meglio cerco di ridurre al minimo l’empatia e a mettere bene in chiaro i rapporti di forza.
Sì, lo so, c’è della disfunzionalità in tutto questo.

Parlo con uno studente, gli devo dire delle cose poco piacevoli.
Chiude la porta.
Si siede.
E io cerco di tenere il tono della voce basso e morbido.
Rispondo alle domande senza saccenza.
Sorrido.
Lui ha gli occhi rossi.
No, no, non piangere altrimenti finisce che piango pure io!
Mantengo tono dolce e sorriso.
Mi sento rassicurante.
Lo sarò stata veramente?

Ecco, ora ho bisogno di qualcuno con cui essere aggressiva.
Giusto per riequilibrare la giornata.