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non è un abbandono (dice)

Io e gli abbandoni non abbiamo un buon rapporto.
Cerco di proteggermi, cerco di reagire, cerco di sopravvivere.
Sempre.
Ci sto lavorando anche su da quindici stramaledetti anni.

Andare in terapia è aprire il proprio stato più intimo ad un estraneo, gli concedi quello che non daresti neanche ad un amante o al tuo simbionte, parli di cose che non hai il coraggio di tirare fuori altrove e con chiunque altro, sei in una relazione così protetta che tutto il mondo fuori non può capire.
Nella terapia può, per un breve periodo, esistere un attaccamento forte al proprio terapeuta, quasi di patologica dipendenza, ma poi ci si lavora su e si trova un equilibrio e quando si è pronti ci si lascia serenamente.
E’ un percorso graduale e naturale.
Non è che si è guariti, ma si chiude un ciclo.
Anche qui, solo chi l’ha fatto può capire veramente.
A volte terapista e paziente non sono compatibili, come nei matrimoni, e allora ci si lascia, si divorzia spesso in modo emotivamente violento (come con AmataAnalista).

Io, la mia terapista giusta per questo momento, l’ho trovata.
Lei, con la sua solita voce bassa e gentile, oggi mi dice che lascia lo studio di Venezia, ma che se lo desidero una soluzione la troviamo, abbiamo tempo per prepararci, la tecnologia può venire in nostro aiuto.

E allora devo decidere se rescindere questo rapporto in modo drastico e doloroso come faccio di solito (con il rischio molto forte di tornare punto e a capo), se sostituirla o se prendermi il mio tempo e una volta ogni 20 giorni prendere un treno e andare da lei.

Nella mia testa so già la risposta.

Io merito di stare bene.


non voglio aver bisogno di un uomo

In un impeto di follia, una notte, ho deciso che volevo rinnovare la magione.
Avere più spazio, soprattutto mentale.
Non ho fatto un vero e proprio piano, più che altro mi sono lasciata trasportare dall’impeto.
LaStrizza dice che è abbastanza normale sentire il bisogno di sistemare e di fare “altro” mentre si mette ordine nella propria testa e il fatto di avere una certa (e temporanea) stabilità lavorativa ha scatenato il tutto.
Insomma, progetto, faccio, disfo, rifaccio.
Inizio dallo sgabuzzino.
Cerco e cambio le tende arrampicandomi sulla scala e litigando con un cacciavite e ingoiando viti.
Compro la pittura, dopo aver scelto il colore e sentito millemila consigli, mi cimento con una pistola spray, con un rullo con il serbatoio e finisco a darla di pennello.
Sistemo scarpe, sposto mobili, compro cose.
E non vedo la fine.
In tutto questo non mi perdo d’animo quando non ce la faccio.
Sul serio avrei voluto delegare alcune cose a qualcuno che è capace (e di solito è un uomo), ma poi mi sono detta: testa mia, casa mia, problemi miei.


ah, i bei tempi andati

Molti guardano con pacata nostalgia all’adolescenza, forse perchè con il passare del tempo il sapore della crescita, delle sfide, delle opportunità, della scuola come unico impegno quotidiano, degli amici diventa più dolce.
Ecco, io non tornerei mai e poi mai alla mia adolescenza.
LaStrizza dice che è normale, l’adolescenza non è una cosa bella, anzi.

E credo di aver parlato per la prima volta chiaramente con qualcuno (in questo caso lei) di tutto il dolore, l’angoscia e tutto l’ameno corollario di quegli anni.
Non è che fossi una “dark” o “emo” (come si definiscono adesso) e neppure nerd.
Semplicemente, con gli occhi di oggi, capisco che stavo entrando nel tunnel della depressione e che i miei primi insuccessi scolastici non sono dipesi dal fatto che ero una scansafatiche o perchè ho dei ritardi, ma perchè da un lato non ero ancora abbastanza matura (questo lo penso io) e dall’altro (questo lo pensa LaStrizza) perchè la depressione porta ad una minore concentrazione ed è un cane che si morde la coda.

“Chi e cosa ti ha salvato?” E’ stata la sua domanda.
E la consapevolezza della risposta è stata illuminante.


voglia di rinnovare

Decido di fare ordine nel buco nero che ho sotto al letto ed è stata meno tragica del previsto.
In realtà non c’era molto da fare.
Però ho bisogno di sfoltire le cose in casa, di avere più “spazio” visivo, più ordine, più pace, più razionalità.
Se metto ordine nella mia testa devo farlo anche attorno a me.
E in tutto questo decluttering forzato, nel razionalizzare, cambiare, spostare c’è solo un gran casino.
Potrebbero girare una puntata di “Sepolti in casa“.


I nodi

Da diverse settimane ho ricominciato ad andare da LaStrizza regolarmente, mi sono detta che andava bene lo stacanovismo ma dovevo a me stessa qualcosa. Stiamo affrontando dei temi “caldi” dei quali non ho mai parlato e che sono lì che premono e chiedono di essere tenuti in considerazione. In questo marasma di idee, sentimenti, emozioni e necessità le ho detto che sono molto sola, non ne soffro, ma letteralmente: se dovessi fare gli inviti per una festa la mia lista sarebbe piuttosto scarna. Da lì siamo partite per capire come mi proteggo da alcune paure e “nodi” e l’isolamente affettivo e sociale è uno di questi. Secondo lei saperlo, in teoria, dovrebbe aiutarmi a mettere delle pezze e a impare a tessere lentamente e di nuovo dei rapporti che siano sulla mia misura. Una volta i miei nodi erano solo quelli che avevo con i capelli lunghi.


La sottile ironia della vita

Antefatto
La mattina con LaStrizza e il mio medico facciamo un po’ il punto della situazione sulla mia salute e sul mio percorso.
E io, in un flusso di coscienza sincopato, domando: “ma se pensassi a questo punto alla chirurgia bariatrica?”
Fine dell’antefatto.

Nel tardo pomeriggio, dopo l’ufficio, vado a lavorare per un evento serale.
Sono carina, composta, vestita tutta di nero.
So come funzionano queste cose: loro mangiano e bevono e raramente si interessano al resto.
Arrivo ed è un convegno internazionale di “chirurgia dei grassi”.


sano e normale

Ieri con LaStrizza è venuta fuori un’ondata di malessere: rabbia, rancore, gelosia, invidia, cattiveria, superbia…chi più ne ha più ne metta.
Il centro della seduta è stata fondamentalmente una domanda: “Cosa vuol dire essere un adulto sano e normale?”
LaStrizza, calma, serafica, composta, ha dato la sua versione.
Io, un po’ meno calma-serafica-composta, ho pensato.
E’ incredibile che persino la percezione di “sano” sia personale e non oggettiva.

La domanda, ovviamente, sorge spontanea: e io?