ah, i bei tempi andati

Molti guardano con pacata nostalgia all’adolescenza, forse perchè con il passare del tempo il sapore della crescita, delle sfide, delle opportunità, della scuola come unico impegno quotidiano, degli amici diventa più dolce.
Ecco, io non tornerei mai e poi mai alla mia adolescenza.
LaStrizza dice che è normale, l’adolescenza non è una cosa bella, anzi.

E credo di aver parlato per la prima volta chiaramente con qualcuno (in questo caso lei) di tutto il dolore, l’angoscia e tutto l’ameno corollario di quegli anni.
Non è che fossi una “dark” o “emo” (come si definiscono adesso) e neppure nerd.
Semplicemente, con gli occhi di oggi, capisco che stavo entrando nel tunnel della depressione e che i miei primi insuccessi scolastici non sono dipesi dal fatto che ero una scansafatiche o perchè ho dei ritardi, ma perchè da un lato non ero ancora abbastanza matura (questo lo penso io) e dall’altro (questo lo pensa LaStrizza) perchè la depressione porta ad una minore concentrazione ed è un cane che si morde la coda.

“Chi e cosa ti ha salvato?” E’ stata la sua domanda.
E la consapevolezza della risposta è stata illuminante.

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voglia di rinnovare

Decido di fare ordine nel buco nero che ho sotto al letto ed è stata meno tragica del previsto.
In realtà non c’era molto da fare.
Però ho bisogno di sfoltire le cose in casa, di avere più “spazio” visivo, più ordine, più pace, più razionalità.
Se metto ordine nella mia testa devo farlo anche attorno a me.
E in tutto questo decluttering forzato, nel razionalizzare, cambiare, spostare c’è solo un gran casino.
Potrebbero girare una puntata di “Sepolti in casa“.

I nodi

Da diverse settimane ho ricominciato ad andare da LaStrizza regolarmente, mi sono detta che andava bene lo stacanovismo ma dovevo a me stessa qualcosa. Stiamo affrontando dei temi “caldi” dei quali non ho mai parlato e che sono lì che premono e chiedono di essere tenuti in considerazione. In questo marasma di idee, sentimenti, emozioni e necessità le ho detto che sono molto sola, non ne soffro, ma letteralmente: se dovessi fare gli inviti per una festa la mia lista sarebbe piuttosto scarna. Da lì siamo partite per capire come mi proteggo da alcune paure e “nodi” e l’isolamente affettivo e sociale è uno di questi. Secondo lei saperlo, in teoria, dovrebbe aiutarmi a mettere delle pezze e a impare a tessere lentamente e di nuovo dei rapporti che siano sulla mia misura. Una volta i miei nodi erano solo quelli che avevo con i capelli lunghi.

La sottile ironia della vita

Antefatto
La mattina con LaStrizza e il mio medico facciamo un po’ il punto della situazione sulla mia salute e sul mio percorso.
E io, in un flusso di coscienza sincopato, domando: “ma se pensassi a questo punto alla chirurgia bariatrica?”
Fine dell’antefatto.

Nel tardo pomeriggio, dopo l’ufficio, vado a lavorare per un evento serale.
Sono carina, composta, vestita tutta di nero.
So come funzionano queste cose: loro mangiano e bevono e raramente si interessano al resto.
Arrivo ed è un convegno internazionale di “chirurgia dei grassi”.

sano e normale

Ieri con LaStrizza è venuta fuori un’ondata di malessere: rabbia, rancore, gelosia, invidia, cattiveria, superbia…chi più ne ha più ne metta.
Il centro della seduta è stata fondamentalmente una domanda: “Cosa vuol dire essere un adulto sano e normale?”
LaStrizza, calma, serafica, composta, ha dato la sua versione.
Io, un po’ meno calma-serafica-composta, ho pensato.
E’ incredibile che persino la percezione di “sano” sia personale e non oggettiva.

La domanda, ovviamente, sorge spontanea: e io?

assestare i progetti

A gennaio dello scorso anno ho fatto un piano triennale della mia vita, l’età è quella che è, il bisogno di sicurezza anche e ho cambiato rotta.
Mi sono data due grandi progetti tra loro consequenziali, speravo di condividere questi progetti con C. ma lei sta seguendo la sua vita e io, a questo punto, devo solo occuparmi della mia e assestare il milestone di progetto senza rimpianti.
Per realizzare il progetto A e il progetto B (chiamiamoli con molta fantasia così) ho rivoluzionato la mia vita iniziando a curare la depressione, tornando in terapia, rendendo la mia vita più salutare, mangiando meglio, facendo movimento e anche accettando di lasciare il mio vecchio lavoro senza troppi rimpianti.
E’ stata ed è tuttora una enorme faticaccia.
Il progetto A, che sta avendo una lunga preparazione, avrebbe dovuto iniziare il 27 marzo e finire indicativamente i primi di maggio.
Niente di eclatante: è un viaggio.
Particolare.
Personale.
Lungo.
Faticoso.
Forse ne scriverò quando partirò, a questo punto tra ottobre e novembre.
Mi sono resa conto che quando ho accettato questo nuovo lavoro, l’idea di posticipare il progetto mi ha rallentato, mi ha creato disagio…e quindi ieri, dopo un mese di riflessione, dopo aver capito che i miei impulsi non devono essere repressi, mi sono data il progetto “A-1”, cioè una tappa intermedia.
E quindi mancano 17 settimane…

inciampare

Il giorno in cui ho chiesto a tutti i miei medici (perché non mi accontento di averne uno) quando avrei potuto interrompere gli antidepressivi mi hanno detto tutti che per farlo bene dovevo calcolare due anni senza ricadute e poi iniziare a scalare nei successivi 6-12 mesi (senza avere ovviamente ricadute).

Terrorizzata e felice avevo iniziato a contare le settimane dall’ultima volta in cui avevo inciampato nel mio umore, poi ho iniziato il nuovo lavoro, ho ricominciato a non dormire, giocoforza ho dovuto diluire pesantemente LaStrizza perché non ho accumulato ore di permesso per andarci, è successo quel che è successo e il buco nero dell’angoscia e della depressione è lì, sull’uscio di casa mia.

E quindi aspetto che passi questa crisi per ricominciare a contare, perché non devo dare per scontato che non ne uscirò mai e neppure essere ingrata per la mia vita e tutta la strada che ho fatto fin’ora.

Io inizio a ripetermelo, sia mai che funzioni veramente.