(non) va tutto bene

Un’opera per una mostra che inaugura questa settimana è bloccata chissà dove.
E quando il curatore e il mio capo mi chiedono quando arriva io abbozzo.
I cataloghi non sono pronti.
Un allestimento è in ritardo (no, il ritardo è tutt’altra cosa, è proprio in alto mare).
Un evento non è stato comunicato perché i materiali non sono pronti e questa volta non sono io che mi sono dimenticata di invitare le persone.
La stampa non mi dà feedback.

Io sto male.
Lo ammetto candidamente: io sto male.
Si chiama depressione e, per una volta, di tutte le cose di cui sopra non me ne frega assolutamente niente.

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il crepuscolo fuori di me

Inizio a lavorare per le mostre di fine maggio e, come ogni anno, mi preparo psicologicamente agli orari improponibili, agli artisti, ai curatori, ai colleghi, a mettere da parte il lavoro all’aeroporto e nello stanzone per un po’, ai cambi veloci di vestiti mentre sono in ufficio, ai pranzi pianificati.
Quest’anno dalla mia parte ho un buon antidepressivo che mi rende decisamente meno aggressiva e più tranquillamente fatalista.
Anche quando si tratta di affrontare dei cambiamenti.
…esserci arrivata prima mi sarei evitata la gastrite…

inversamente proporzionale

Le mostre di fotografia sono un universo a parte.
Non amo fare la guida in queste mostre, perché i visitatori si improvvisano tutti talentuosi fotografi e iniziano a fare domande tecniche che non si sognerebbero mai di fare in altre circostanze.
C’è da dire che io dò sempre un’impostazione storico-artistica, perché non so niente di tecnica.
Ma soprattutto mi viene sempre da ridere perché i visitatori delle mostre di fotografia portano in gita anche le loro macchine fotografiche.
E quindi ci sono questi uomini (soprattutto) che camminano placidi per le sale con al collo macchinone tecnologiche e teleobiettivi da safari.
I doppi sensi si sprecano, ma spesso la macchina è inversamente proporzionale alle capacità del visitatore.

sul filo delle parole

cardellino2Lo scorso natale ho divorato l’ultimo libro di Donna Tartt “Il cardellino” che mi ha coinvolto e stupito con un coup de théâtre pazzesco ambientato ad Amsterdam.

Tempo fa ho letto un articolo su una nuova attività didattica in un museo di Amsterdam: anziché fare selfie ti invitano a disegnare ciò che vuoi fotografare e ti forniscono di colori e blocchi da disegno.

E così ho preso il primo volo a basso costo per Amsterdam e ho coinvolto la mia compagna di viaggio prediletta.
Purtroppo non abbiamo trovato l’albergo dove alloggiava Theo (il protagonista), ma abbiamo comunque deciso per un giorno di deviare per Den Haag e andare a vedere questo dipinto che aveva ispirato la scrittrice.
Tram, treno, cartina in mano, una passeggiata ed entriamo in un museo bello e accogliente e andiamo dal nostro (ormai lo abbiamo adottato) goldfinch. Lo fissiamo, lo fotografiamo, lo analizziamo, ce ne innamoriamo, salutiamo la ragazza con l’orecchino di perla e usciamo felici e soddisfatte.
Al guardaroba l’addetta ci domanda perché siamo rimaste dentro solo un’ora.
“Perché siamo venute qui solo per due opere…e le abbiamo adorate.” Ho risposto.

un tranquillo venerdì d’agosto

Gli appassionati d’arte (molto amatoriali) hanno due grossi difetti: comprano “arte” per arredare e poi sperano che valga qualcosa e d’estate ripuliscono le cantine.

Mi chiama un signore…
“Ho un quadro veramente carino, ma proprio bellino” ohsignur “comprato negli anni Ottanta, però non ricordo dove se a Parigi, a Milano, in una galleria o in un mercato. Però Le assicuro è veramente carino.” Sospiro. “Scusi, Le sto rubando tempo”
“No, si figuri” in fondo cosa sto facendo oggi? Niente, aggiornando la mia playlist.
“Me lo autentica?”
“Ehmmm…in realtà no, non facciamo autentiche…”
“Le assicuro che è veramente carino.”
“Non lo metto in dubbio.” Se ne faccia una ragione, io non autentico e non faccio ricerche aggratis.
“Vengo lì con il quadro?”
“No!” mi manca solo questo oggi. “Mi mandi una foto…”