di porte e opportunità

Non ho un buon rapporto con i social media, però pare siano l’unico veicolo per lavorare oggi, soprattutto nel turismo: colleghi che ti danno contatti e che ti passano servizi.
Oggi vengo cancellata da una chat perchè lavoro con un’agenzia che all’amministratore del gruppo non va a genio.
Divento triste, poi mi arrabbio, poi mi sento in colpa per essermi arrabbiata, poi mi arrabbio ancora di più.

Un’ora dopo una nuova agenzia mi chiama (perchè una collega ha fatto il mio nome), mi propone buone tariffe, un calendario e io sono abbastanza felice.

Poi un’altra collega mi chiede se sono libera il 12 ottobre per un lavoro.

Per carità non si stanno spalancando portoni, bensì porticine, ma questo mi fa essere un po’ ottimista e, ovviamente, mi ritrovo a pensare…

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c’era una volta un blog…

…in cui mi sentivo libera di scrivere, di raccontarmi, di parlare delle sciocchezze e delle cose importanti.
Sono passata dalla tesi alle lamentele sul lavoro, dalle delusioni per un’ansia perenne agli amori tormentati, dalla depressione all’intervento, dalle mie questioni con LaStrizza a tutto il resto.
E’ da un po’ che non mi sento libera di scrivere ma ho deciso che, passato questo momento critico di indecisione, dopo la bella gita che ho in previsione a Berlino, superato l’orrendo scoglio dei 35 anni, ricomincerò a scrivere a getto continuo.
Perchè questo blog è ancora mio, ancora il mio spazio, ancora il mio diario.

il tempo

In ufficio mi hanno proposto un rinnovo temporaneo del contratto e io ho chiesto di poter avere un par-time.
Perchè?
Perchè voglio dedicarmi del tempo, mantenere i contatti con le agenzie con cui già lavoro, visitare mostre, formarmi, riposarmi.
Voglio imparare a gestire il mio tempo, godermi il vuoto, imparare a gestirlo senza paura.
Si cambia.
Si cresce.

ora di tornare a casa

Finito il ricovero, fatte le medicazioni, sono stata dimessa.
Tutto era stato organizzato al millimetro e ovviamente tutto è stato scombinato dalla realtà.
Ma è ora di tornare nella vita vera, affrontare nuovi e vecchi demoni della mente che si rifanno vivi e sussurrano strane cose, di ricominciare di nuovo e soprattutto capire che ne sarà – ad esempio – del mio lavoro.

un pezzo di me

E’ ora di fare coming out.
Da che sono adolescente ho un DCA ovvero un Disturbo del Comportamento Alimentare. E’ una malattia dalla quale non si guarisce mai del tutto e, soprattutto, ha uno spettro di manifestazioni opposte. Il sintomo più noto è l’anoressia, mentre quelli che tutti voglio ignorare sono la bulimia, il binge-eating e l’obesità.
Nell’arco di una vita, ma anche di un solo decennio, si oscilla da una parte all’altra, senza sosta e anche quando tutto sembra andare bene in realtà si soffre e tutto è collegato, il cibo, la propria fisicità, il corpo, l’involucro nel quale viviamo diventa lo specchio di molteplici disagi.
Ci sono persone che sono in grado di affrontare le sfide della vita, altre chiedono aiuto, altre apparentemente forti che somatizzano attraverso il corpo, la bocca, la gola.
Gli ultimi 20 anni hanno visto una forte sensibilizzazione dell’anoressia, abbiamo pena delle anoressiche così tristi-sole-malate…anzi, gli altri ce l’hanno perchè io provo solo una tremenda invidia.
E questo fa parte del mio DCA: invidiare la capacità di una persona di uccidersi attraverso la rinuncia al cibo, la capacità di controllare, di modellare un corpo.
Gli occhi di chi soffre di DCA non sono mai obiettivi.
Due anni fa ho intrapreso un percorso di cura: sono andata da LaStrizza, in un ambulatorio specializzato, con una equipe multidisciplinare.
Scritto in due righe sembra facile, ma è stato un atto di fede, una ricerca, una sfida.
La terapia è cominciata riordinando l’alimentazione e lavorando sulla percezione, sul mio corpo, sulle mie sensazioni, sul fatto che io sono il mio corpo.
Non dico di aver trovato l’equilibrio perfetto, ma ho capito dove cominciare.
Ad un certo punto ho accettato un’idea che covava da diversi anni: aiutare il mio corpo attraverso un intervento chirurgico.
La chirurgia bariatrica non è una cosa dell’ultimo anno televisivo di realtime ma esiste da decenni.
Alla fine la mia angoscia è stupida: come uscirà il pezzo di stomaco che mi toglieranno? Dove andrà? E soprattutto cosa ne sarà di lui?
Ho trovato le risposte che già intuivo: avrò un’incisione di 6 cm e verrà fatto scivolare fuori, poi verrà analizzato e alla fine incenerito tra i rifiuti speciali.
Non ho mai avuto gravidanze indesiderate o interventi, quindi è la prima volta che mi confronto con l’idea che un pezzo di me se ne andrà e non lo rivedrò mai più.

Forse sono pronta.
Forse no.
E’ ora di andare sotto ai ferri.

io – personale

Io sono miope.
Eppure ho scelto di non operarmi agli occhi perché io mi piaccio con gli occhiali, sono diventati un accessorio del mio abbigliamento, del mio stato d’animo e mi fanno sentire protetta.
Io porto gli occhiali.

Io mi mangio le unghie.
Non riesco a sopportare il gel sulle unghie e tendo a strapparmelo, quindi niente french manicure o artigli affilati.
Io uso sempre smalti colorati.

Io sono pigra.
Quindi raramente mi trucco bene, ma ho sempre una trousse per le emergenze.
Sto iniziando a mettermi il mascara.

Io sono grassa.
Lo sono sempre stata. Sono stata potenzialmente magra solo quando mi inducevo il vomito tutti i giorni.
Ho imparato a convivere con il mio corpo.
Ho imparato a vivere da sola.
Ho scoperto che gli uomini guardano le ragazze magre ma poi amano anche quelle grasse.
Ho provato a dimagrire.
Negli ultimi due anni ho perso 22 kg (in realtà erano di più ma una decina li ho ripresi).
Ho deciso durante il percorso di farmi tagliare un pezzo di stomaco.
Chirurgia bariatrica, ovvero un intervento malassorbitivo.
Lo faccio per la mia salute.
Nel frattempo ho ricominciato a frequentare una persona.
E la domanda più stupida che mi sto ponendo è: e se non gli piacessi più quando sarò magra  diversa?

io penso positivo

Un giorno mi dissero che la lista d’attesa è funzionale all’attesa, perché una persona ha il tempo di fare le dovute considerazioni, di preoccuparsi, di informarsi, di porsi domande e trovare risposte.

Ora sono pronta, mancano due giorni e quei pochi che lo sanno mi domandano come sto. La cosa strana è che non sono preoccupata, non ho paura, ho solo voglia che questa fase della mia vita cominci perchè si porterà dietro tutta una serie di cose nuove che ho programmato e messo in stand-by, anch’esse in lista d’attesa.

Ho scelto l’ospedale, il chirurgo.
Ho fatto gli esami.
L’anestesista dice che forse ci sarà un’intubazione difficile, ma io voglio pensare positivo.
L’unica cosa che potrebbe oggi farmi desistere è un rinvio.