quello che mi manca

Gli aperitivi.
Le cene fuori.
Poter scegliere cosa fare senza programmare con settimane d’anticipo.
Uscire di casa solo con una borsa piccola e leggera.
Viaggiare.
Il silenzio.
Andare al cinema.
Lavorare tanto.
Le camicie accollate.
Le collane.
Leggere.
Andare in terapia.
La pasta e fagioli, l’hummus e le fave.
I miei antidepressivi.

E non solo questo e non necessariamente in quest’ordine,

in campagna

Dire “campagna” a Venezia fa sempre la sua figura d’internazionalità, in pratica sono nella casa di famiglia più o meno sui colli. Per carità, ci sono: campi, umidità, nebbia, trattori… Oggi sono andata in un paese “di confine” a cercare il gelato al mandorlato e – sul serio – mi sono sentita in campagna, prossima a raggiungere il paese di Frittole con Troisi. Se poi ci mettiamo anche il caminetto acceso direi che manca solo Babbo Natale.

la mia cultura cinematografica serve a qualcosa

Ieri l’agenzia mi assegna un servizio in emergenza: un’altra assistente era incastrata con altri turisti e mi danno una famiglia da seguire.
Leggo l’ordinativo e storco il naso ma mi avvio di corsa nella bolgia del centro a mezzogiorno.
L’amena combriccola giordana è composta da sette adulti, due adolescenti e un lattante.
Hanno perso tutti i bagagli e sono tutti decisamente casinisti.
Vorrei mettermi le mani nei capelli.
“ok, guys! Jalla Jalla*…all together.”
E non importa che un sacchetto pieno di calzini sia finito in canale e neppure che ci stava per finire il bambino sul passeggino…

*Jalla! Jalla! è una commedia molto carina del 2000.

vorrei una stönza

Chi non conosce il celebre ispettore Jacques Clouseau con il suo accento francese?
Ecco, nello stanzone ho una collega francese la cui simpatia è pari ad un attacco di emicrania a mezzogiorno, cortese come della carta vetrata su una ferita aperta.
Ogni tanto le scivola l’accento, ma non capisco mai se lo fa apposta per prendersi in giro o se è proprio un problema di bilinguismo.
Pensandoci, i francesi (e lei) sono tutto meno che autoironici.
Fatto sta che ogni tanto mi ritrovo involontariamente a scambiare qualche battuta con quest’accento francioso in un circolo vizioso di ironia canzonatoria.

un titolo difficile: nido

Sono andata a teatro sabato sera, dopo una giornatona di lavoro, per vedere una trasposizione del famoso film di Milos Forman e Nicholson del 1975 (del nido di cui sopra).
Ammetto: non ho mai visto il film.
Splendida regia teatrale, luci meravigliose, ottima recitazione e se proprio vogliamo dirla tutta non mi piaceva il telo per la retroproiezione…
E più il tempo procedeva e più mi agitavo.
Improperi e tristezza si contendevano la mia mente colpita da profonda stanchezza perché pensavo al mio Amico che sta male.
E c’è un turbine di pensieri che mi trascino ancora oggi.

la luce in fondo al tunnel, da quella parte

Sono andata a teatro a vedere “Una pura formalità”.
Le premesse erano buone: da un film di Salvatores, scritto-diretto-interpretato da Glauco Mauri, con un buon cast.
La pratica è stata disastrosa.
No, forse disastrosa è la parola sbagliata, perchè la regia, la scenografia, il cast e le luci erano perfette. Il problema è la trama: nel 1994 – quando è uscito il film – poteva avere un senso ed essere un punto di vista assolutamente interessante se non vagamente inedito, poi è arrivato il Sesto Senso del 1999 e tutto è stato detto.
Il punto è uno: il testo non rimarrà nella storia.
Alla faccia di Goldoni che ogni volta depreco ma che alla fine, anche con la peggior compagnia sulla piazza, rende sempre sulla scena.

consolidare le fondamenta dell’ala di sud-est

Ho provato a domandare alle persone che mi stavano intorno se erano in grado di indovinare da dove ho tratto la citazione e i risultati sono stati scadenti.
Purtroppo questo è il risultato della fase culturale/cinematografica/artistica che sto vivendo.
E, dunque, ripartire dalle fondamenta dell’ala di sud-est cosa vuol dire per me?
Ricostruire.
Rifarsi una vita.
Ripartire per essere qualcos’altro nel bene o nel male.
E se non fosse la mia mente una cosa contorta e poco lineare, se tutto fosse semplice da comunicare, vorrei dire al mio amico di divano: ripartiamo da lì, dall’ala di sud-est.
Però la vita vera è ben lontana dall’universo in cui da anni lui ed io ci rifugiamo e il dolore, la difficoltà di vivere, la paura e il male oscuro sono demoni che non possono essere sconfitti con una citazione.
E non so cosa dire che non sia autoreferenziale e neppure egoista.
Non so proteggermi dalle conseguenze di qualunque strada verrà scelta durante questo cammino.

Io non so consolare, sono abbastanza empatica ma proprio per questo non amo smancerie e pacche sulle spalle, non so cosa pensare: il cuore e il cervello mi conducono in luoghi completamente opposti in cui, comunque, il dolore resta sovrano.

vanno di moda i numeri

Capita di essere a volte frivoli.
E io avevo deciso di esserlo esattamente ieri andando al cinema, mettendo da parte il mio amor proprio, l’amore per i buoni film e i discreti libri, l’intenzione che metto nel fare cose “culturalmente accettabili”.
Avrebbe dovuto essere una frivolezza condivisa, ma le cose non vanno sempre secondo programma.
Tutto questo per dire che ammetto pubblicamente di aver visto “50 sfumature di scemenze” al primo giorno di programmazione nelle sale.
No, sul serio dovrei scrivere una recensione?
Non è possibile, perché se altre trasposizioni cinematografiche (e mi viene in mente “La versione di Barney”) ti fanno pensare a cosa avresti voluto vedere e sentire e ti fanno rimpiangere il libro, questa è una cosa diversa.
Qui si parte da
un pessimo libro e si arriva ad un film che segue in modo assolutamente pedissequo la pessima scrittura e i dialoghi di altro profilo. Però vorrei riportare queste righe: “I fan del libro non resteranno delusi dalla trasposizione della loro storia d’amore preferita, ma sicuramente storceranno il naso nel constatare che la realtà, purtroppo, non vale un quarto dell’immaginazione di un lettore.”
La nota positiva è che è stato un divertente esperimento sociale, quella negativa è che probabilmente le donne in sala negli ultimi anni hanno letto solo quel libro…o forse, come me, stavano facendo un esperimento di frivolezza.

domenica pomeriggio: film

Ho una passione per i film tristi (e anche per i libri) e le commedie romantiche lacrimevoli, perchè trovo che non ci sia niente di più catartico che piangere al cinema, in una sala buia.
Venezia, dal canto suo, avrà anche una Biennale Cinema ma scarseggia (come poche città) nel suo centro storico di cinema con una programmazione adeguata.
Aggiungiamoci poi la mia pigrizia e la frittata viene da sè.

Oggi ho visto “Colpa delle stelle” di Josh Boone perchè è una storia d’amore, è triste, ma soprattutto è reale, senza troppi edulcoranti e belle promesse stile “andrà tutto bene nonostante la malattia”.
Perchè in questo film si parla di cancro, ma non ne è il protagonista.
Non vi rovino il finale se vi dico che alla fine lui muore (ma anche lei nella vita vera se è per questo) e non è una storia pesante perchè si parla di vite che si interrompono.
I protagonisti sono due ragazzi che si conoscono e si amano e vivono.
Se mi sentivo preparata da un lato, dall’altra sono rimasta incosciente e stordita quando i protagonisti sono riusciti ad incontrare Van Houten, il loro scrittore preferito. Hanno fatto quello che vorremmo fare tutti con i libri che amiamo, quello che Daniel Pennac ci ha detto di fare: scrivere all’autore e parlare di come va la vita dopo il libro.
E quell’incontro è stato non solo una delusione, ma anche una perdita tempo frustrante, la fine di tutte le illussioni. E’ stato un pugno in uno stomaco anche per me che mi aspettavo il lieto fine letterario.
Perchè probabilmente è così che va la vita vera.
Perchè “alcuni infiniti sono più grandi di altri infiniti”.

…e ora non resta che leggere il libro…