c’era una volta un blog…

…in cui mi sentivo libera di scrivere, di raccontarmi, di parlare delle sciocchezze e delle cose importanti.
Sono passata dalla tesi alle lamentele sul lavoro, dalle delusioni per un’ansia perenne agli amori tormentati, dalla depressione all’intervento, dalle mie questioni con LaStrizza a tutto il resto.
E’ da un po’ che non mi sento libera di scrivere ma ho deciso che, passato questo momento critico di indecisione, dopo la bella gita che ho in previsione a Berlino, superato l’orrendo scoglio dei 35 anni, ricomincerò a scrivere a getto continuo.
Perchè questo blog è ancora mio, ancora il mio spazio, ancora il mio diario.

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un pezzo di me

E’ ora di fare coming out.
Da che sono adolescente ho un DCA ovvero un Disturbo del Comportamento Alimentare. E’ una malattia dalla quale non si guarisce mai del tutto e, soprattutto, ha uno spettro di manifestazioni opposte. Il sintomo più noto è l’anoressia, mentre quelli che tutti voglio ignorare sono la bulimia, il binge-eating e l’obesità.
Nell’arco di una vita, ma anche di un solo decennio, si oscilla da una parte all’altra, senza sosta e anche quando tutto sembra andare bene in realtà si soffre e tutto è collegato, il cibo, la propria fisicità, il corpo, l’involucro nel quale viviamo diventa lo specchio di molteplici disagi.
Ci sono persone che sono in grado di affrontare le sfide della vita, altre chiedono aiuto, altre apparentemente forti che somatizzano attraverso il corpo, la bocca, la gola.
Gli ultimi 20 anni hanno visto una forte sensibilizzazione dell’anoressia, abbiamo pena delle anoressiche così tristi-sole-malate…anzi, gli altri ce l’hanno perchè io provo solo una tremenda invidia.
E questo fa parte del mio DCA: invidiare la capacità di una persona di uccidersi attraverso la rinuncia al cibo, la capacità di controllare, di modellare un corpo.
Gli occhi di chi soffre di DCA non sono mai obiettivi.
Due anni fa ho intrapreso un percorso di cura: sono andata da LaStrizza, in un ambulatorio specializzato, con una equipe multidisciplinare.
Scritto in due righe sembra facile, ma è stato un atto di fede, una ricerca, una sfida.
La terapia è cominciata riordinando l’alimentazione e lavorando sulla percezione, sul mio corpo, sulle mie sensazioni, sul fatto che io sono il mio corpo.
Non dico di aver trovato l’equilibrio perfetto, ma ho capito dove cominciare.
Ad un certo punto ho accettato un’idea che covava da diversi anni: aiutare il mio corpo attraverso un intervento chirurgico.
La chirurgia bariatrica non è una cosa dell’ultimo anno televisivo di realtime ma esiste da decenni.
Alla fine la mia angoscia è stupida: come uscirà il pezzo di stomaco che mi toglieranno? Dove andrà? E soprattutto cosa ne sarà di lui?
Ho trovato le risposte che già intuivo: avrò un’incisione di 6 cm e verrà fatto scivolare fuori, poi verrà analizzato e alla fine incenerito tra i rifiuti speciali.
Non ho mai avuto gravidanze indesiderate o interventi, quindi è la prima volta che mi confronto con l’idea che un pezzo di me se ne andrà e non lo rivedrò mai più.

Forse sono pronta.
Forse no.
E’ ora di andare sotto ai ferri.

io – personale

Io sono miope.
Eppure ho scelto di non operarmi agli occhi perché io mi piaccio con gli occhiali, sono diventati un accessorio del mio abbigliamento, del mio stato d’animo e mi fanno sentire protetta.
Io porto gli occhiali.

Io mi mangio le unghie.
Non riesco a sopportare il gel sulle unghie e tendo a strapparmelo, quindi niente french manicure o artigli affilati.
Io uso sempre smalti colorati.

Io sono pigra.
Quindi raramente mi trucco bene, ma ho sempre una trousse per le emergenze.
Sto iniziando a mettermi il mascara.

Io sono grassa.
Lo sono sempre stata. Sono stata potenzialmente magra solo quando mi inducevo il vomito tutti i giorni.
Ho imparato a convivere con il mio corpo.
Ho imparato a vivere da sola.
Ho scoperto che gli uomini guardano le ragazze magre ma poi amano anche quelle grasse.
Ho provato a dimagrire.
Negli ultimi due anni ho perso 22 kg (in realtà erano di più ma una decina li ho ripresi).
Ho deciso durante il percorso di farmi tagliare un pezzo di stomaco.
Chirurgia bariatrica, ovvero un intervento malassorbitivo.
Lo faccio per la mia salute.
Nel frattempo ho ricominciato a frequentare una persona.
E la domanda più stupida che mi sto ponendo è: e se non gli piacessi più quando sarò magra  diversa?

non sono dubbi

I giorni si avvicinano, ma scorrono un po’ troppo lenti.
Per fortuna tra un paio di giorni parto e vado a fare una full immersion di musei che è una delle cose che mi rilassa di più.

Però ieri, anzichè fare la valigia per la vacanza, ho messo in ordine le cose per l’intervento perchè riordinare ha un valore catartico.
Ho riletto un paio di volte il consenso informato.
Informato è la parola chiave.
Io sono informata.
Ho avuto un crollo emotivo non indifferente.
Ma eccomi di nuovo in piedi, insonne, affamata, felice ma ansiosa.
Poi penso che sto frequentanto una persona a cui il mio fisico piace.
Rileggo il consenso informato: l’intervento non è considerato “estetico”.
Però il mio corpo cambierà.
E ci ho messo tanto ad accettare di conviverci e di non poterlo cambiare.

Ma come dice un vecchio amico: decidere e andare avanti.

tutto insieme

Ho un piano, me lo sono preparato accuratamente e i piani sono fatti per essere seguiti.

“Ciao Amanda, sei libera il 12?”
“Sì, certo.”
“Ok, ti operiamo il 12.”

Ecco, vado a rivedere il mio piano.
Tutto combacia, posso avere una degenza un po’ più lunga perché ho ancora un contratto.
Questo vuol dire che non dovrò cancellare date con le agenzie.
Bisognerà capire se una malattia a ridosso della scadenza del contratto inficerà la possibilità di un rinnovo, ma giuro non mi interessa: il piano esiste per far fronte a queste cose.
Ma in tutto questo pensare al lavoro e alla salute non ho fatto i conti con Lui, con la possibilità di frequentare una persona che mi piacesse e a cui io piaccio.
E non succederà come l’altra volta: non mi farò inseguire in ospedale, non mi farò curare, non mi farò vedere malata.
Forse non mi farò vedere più da Lui.
E dio solo sa quanto ci sto male.

tornare con i piedi per terra

Seduta da LaStrizza, le dico che è stata una settimana buona, di questa nuova liaison e lei prontamente mette il dito nella piaga (perchè è il suo lavoro).

Io ho la ferma convinzione che quelli che dimostrano un interesse per me devono avere un problema, una parafilia di qualunque tipo.
Fondamentalmente credo di non avere il diritto di essere apprezzata così come sono e diciamocelo: anni di terapia, di disturbi alimentari, di depressione.
Neanche io uscirei con me.

E poi mette in discussione due grandi cose: mangiare insieme e il tema del rifiuto.
Sulla prima questione servirà un post ad hoc, sulla seconda ci sto facendo il callo.
Non voglio essere assillante, non ho 15 anni, devo accettare il fatto che se non mi richiama è perchè non mi vuole.
Punto.
Quindi torno con i piedi per terra, metto in stand-by le farfalle nella pancia, respiro, mi concentro sul lavoro e cerco di non generalizzare questo rifiuto, anche se dimostra che quello che io penso ha delle basi di profonda verità.

affranta, cammino

LaStrizza continua a dirmi che non ho mezze misure: o vedo tutto nero o tutto bianco, o è una tragedia oppure niente…
Le mie gradazioni di colore non sono particolarmente varie in questo periodo, l’umore è in fase calante (anche per via del cambio di stagione) e poi ci sono le delusioni della vita, la stanchezza che a fine stagione turistica si fa sentire.
E mi sento intrappolata nella routine, negli impegni che ho preso senza considerare che ho bisogno di tempo per respirare, che un giorno ogni tanto dovrei riposarmi e dormire, prendermi cura di me.
Sono stanca.
Sono affranta.
Vorrei essere altrove.