Archivi categoria: sono ipocondriaca

per fortuna che conduco una vita sana

Da un paio d’anni ho ripreso in mano la mia vita e la mia salute, mangio bene, non mi strafogo più di lavoro con turni improbabili, mi prendo il mio tempo.
Insomma, dovrei essere un fiore.

Febbre a 39, nausea, mal di testa (anzi giramenti).
E così mi faccio da sola i test neurologici di base (naso-indice, mingazzini, muscoli facciali).
Sicura che tutto è in ordine mi nascondo a letto sotto le coperte.
Mi trascino dal mio medico inutile che mi sta alla larga “sei virale” e diagnostica “tonsillite batterica” e mi prescrive di bere tanta acqua e cinque giorni di antibiotico.

“Posso tornare al lavoro giovedì?”
“No.”
“Venerdì?”
“No e neanche sabato o domenica”

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il diritto acquisito

Nel magico mondo dei freelance la malattia stagionale o comunque leggera (influenza, bronchite, sciatica…potrei fare un elenco lungo come la mia esperienza ipocondriaca) non è contemplata.
Fondamentalmente lavori e ti riempi di qualunque droga ti possa tenere in piedi.
Riduci al minimo indispensabile il riposo.
Magari non rendi al 100% ma cerchi di dare comunque qualcosa.
Io, per lo meno, ho sempre fatto così.
Questa settimana una febbre piuttosto alta mi ha bloccata.
Un pomeriggio ho resistito.
La mattina dopo ero in permesso orario per un concorso (stendiamo un velo pietoso) sostenuto con una discreta temperatura.
Il pomeriggio sono andata dal dottore.
E ho preso un giorno di malattia.
Mi sembra quasi incredibile questo “diritto acquisito” e, visto che posso fino alla scadenza del contratto, non farò l’eroe.


inciampare

Il giorno in cui ho chiesto a tutti i miei medici (perché non mi accontento di averne uno) quando avrei potuto interrompere gli antidepressivi mi hanno detto tutti che per farlo bene dovevo calcolare due anni senza ricadute e poi iniziare a scalare nei successivi 6-12 mesi (senza avere ovviamente ricadute).

Terrorizzata e felice avevo iniziato a contare le settimane dall’ultima volta in cui avevo inciampato nel mio umore, poi ho iniziato il nuovo lavoro, ho ricominciato a non dormire, giocoforza ho dovuto diluire pesantemente LaStrizza perché non ho accumulato ore di permesso per andarci, è successo quel che è successo e il buco nero dell’angoscia e della depressione è lì, sull’uscio di casa mia.

E quindi aspetto che passi questa crisi per ricominciare a contare, perché non devo dare per scontato che non ne uscirò mai e neppure essere ingrata per la mia vita e tutta la strada che ho fatto fin’ora.

Io inizio a ripetermelo, sia mai che funzioni veramente.


la lunga strada

cerottoEssere in cammino significa anche prendersi cura dei piedi e quindi decidersi ad andare da un bravo ortopedico per far cessare un dolore ostinato e insopportabile da quasi un lustro.
Peccato che valga la regola del chiodo scaccia chiodo: non consiglio a nessuno una lunga siringa infilata sul tallone. No, no.


io e il mio farmacista

Vado in farmacia e chedo ad AmatoFarmacista di misurarmi la pressione.

“Sono fiacca, mi gira la testa, ho la vista appannata, ho la tachicardia, sudo…e poi ho guardato su internet i sintomi…forse ho la pressione alta.”
“Forse anche bassa. E li hai tutti?”
“Tutti.”
“Su internet viene fuori che hai anche la prostatite.”
“Sì, probabilmente ce l’ho e sto morendo.”

Lui sorride.
Io sorrido.
85 – 120

“Cosa faccio?”
“Bevi acqua, prendi del magnesio, spegni internet e guardati un film.”


(non) va tutto bene

Un’opera per una mostra che inaugura questa settimana è bloccata chissà dove.
E quando il curatore e il mio capo mi chiedono quando arriva io abbozzo.
I cataloghi non sono pronti.
Un allestimento è in ritardo (no, il ritardo è tutt’altra cosa, è proprio in alto mare).
Un evento non è stato comunicato perché i materiali non sono pronti e questa volta non sono io che mi sono dimenticata di invitare le persone.
La stampa non mi dà feedback.

Io sto male.
Lo ammetto candidamente: io sto male.
Si chiama depressione e, per una volta, di tutte le cose di cui sopra non me ne frega assolutamente niente.


io non ho paura – argomento delicato

Oggi è uno di quei giorni un po’ così nei quali l’ipocondriaca che è in me sta dando il meglio.
LaStrizza ha detto che ci sono due tipi di ipocondriaci: quelli che fanno controlli maniacali alla ricerca della malattia e quelli che hanno un sintomo, fanno troppe ricerche e credono di essere malati in fin di vita e hanno paura di curarsi.
Io rientro, ovviamente, nella seconda categoria.

Qui – tra l’altro e non c’entra l’ipocondria – sta tornando latente il panico e una cosa meravigliosa degli attacchi di panico è che, oltre a sensazioni da attacco di cuore/nausea/respirazione difficile, si ha il terrore di morire.
Non ho mai capito perché uno debba avere questa paura.
Neppure io che su questo tema sono molto razionale, quando ho un attacco di panico ho veramente paura di morire.

L’attacco di panico, a mio avviso, è eticamente incoerente con la depressione che ti porta ad amare le oscure profondità dell’anima, come nuotare in una grotta buia, a desiderare di scendere sempre più giù fino all’annullamento.

E allora mi siedo, con la schiena dritta, respiro a fondo e ripeto il mio mantra: io non ho paura di morire.
Decidiamoci o panico o depressione, perché vorrei essere vagamente coerente con le mie paure.

E per i prossimi 10 minuti mi limiterò ad avere paura solo della vitamina D.