mai essere troppo ottimisti

Vado in farmacia ormai tutti i giorni.
E nel mentre di questa splendida convalescenza mi è venuta una laringite batterica.
Il che ha voluto dire: febbre, muco, linfonodi del collo e gola ingrossati, mal di gola, ma soprattutto sono stata afona.
Appunto, vado in farmacia perchè ho finito le fialette per l’aerosol.
Indico al mio AmatoFarmacista cosa mi serve.
“Ancora senza voce?” Io annuisco “Sei praticamente la donna perfetta da sposare”
Allora, lui sa che rimango senza voce almeno tre volte l’anno, non porto una fede al dito, forse siamo fatti per vivere felicemente insieme?

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l’onda delle emozioni

Sono in convalescenza a casa e, a dire il vero, speravo di non restare ferma ma di ributtarmi nel lavoro.
Uno dei miei problemi è affrontare il vuoto senza programmare migliaia di attività o in alternativa di usare il cibo come sostituto.
Ricordo di aver letto/sentito che il Disturbo Alimentare è al pari di una dipendenza, ma se un alcolista può smettere di bere alcolici, una persona normale non può smettere di mangiare. Soffrire di DCA significa lottare ogni giorno con la propria dipendenza.
Quindi stare a casa (anche se riordino i libri o spolvero) significa chiacchierare tutto il giorno con i miei demoni interiori, cavalcare quell’onda di emozioni e cercare di non farmi sopraffare.
Per carità, niente è impossibile.
Speravo solo che l’euforia post intervento durasse un po’ di più.
Ma come dicono tutti: l’intervento non era al cervello.

un pezzo di me

E’ ora di fare coming out.
Da che sono adolescente ho un DCA ovvero un Disturbo del Comportamento Alimentare. E’ una malattia dalla quale non si guarisce mai del tutto e, soprattutto, ha uno spettro di manifestazioni opposte. Il sintomo più noto è l’anoressia, mentre quelli che tutti voglio ignorare sono la bulimia, il binge-eating e l’obesità.
Nell’arco di una vita, ma anche di un solo decennio, si oscilla da una parte all’altra, senza sosta e anche quando tutto sembra andare bene in realtà si soffre e tutto è collegato, il cibo, la propria fisicità, il corpo, l’involucro nel quale viviamo diventa lo specchio di molteplici disagi.
Ci sono persone che sono in grado di affrontare le sfide della vita, altre chiedono aiuto, altre apparentemente forti che somatizzano attraverso il corpo, la bocca, la gola.
Gli ultimi 20 anni hanno visto una forte sensibilizzazione dell’anoressia, abbiamo pena delle anoressiche così tristi-sole-malate…anzi, gli altri ce l’hanno perchè io provo solo una tremenda invidia.
E questo fa parte del mio DCA: invidiare la capacità di una persona di uccidersi attraverso la rinuncia al cibo, la capacità di controllare, di modellare un corpo.
Gli occhi di chi soffre di DCA non sono mai obiettivi.
Due anni fa ho intrapreso un percorso di cura: sono andata da LaStrizza, in un ambulatorio specializzato, con una equipe multidisciplinare.
Scritto in due righe sembra facile, ma è stato un atto di fede, una ricerca, una sfida.
La terapia è cominciata riordinando l’alimentazione e lavorando sulla percezione, sul mio corpo, sulle mie sensazioni, sul fatto che io sono il mio corpo.
Non dico di aver trovato l’equilibrio perfetto, ma ho capito dove cominciare.
Ad un certo punto ho accettato un’idea che covava da diversi anni: aiutare il mio corpo attraverso un intervento chirurgico.
La chirurgia bariatrica non è una cosa dell’ultimo anno televisivo di realtime ma esiste da decenni.
Alla fine la mia angoscia è stupida: come uscirà il pezzo di stomaco che mi toglieranno? Dove andrà? E soprattutto cosa ne sarà di lui?
Ho trovato le risposte che già intuivo: avrò un’incisione di 6 cm e verrà fatto scivolare fuori, poi verrà analizzato e alla fine incenerito tra i rifiuti speciali.
Non ho mai avuto gravidanze indesiderate o interventi, quindi è la prima volta che mi confronto con l’idea che un pezzo di me se ne andrà e non lo rivedrò mai più.

Forse sono pronta.
Forse no.
E’ ora di andare sotto ai ferri.

checklist

valigia
parole crociate
libro
disdire weekend in spa
dire a Lui che sparirò per un paio di settimane
spiegare a Lui perché sparirò
disdire la ceretta
mettere il risponditore automatico nella mail dell’ufficio
lasciare in ordine la scrivania

cambiare le lenzuola a casa
programmare i post professionali
caricabatterie del cellulare

in aggiornamento…

combattiamo l’insonnia

Tra le mie questioni riguardanti la salute c’è l’insonnia che è uno dei tanti simpatici sintomi della depressione maggiore e, soprattutto, l’ultimo ad andare via.
Ora che l’umore non poi così orribile e che mi sto preparando ad un salto, su pressione de LaStrizza ho deciso di sistemare il sonno e quindi sono andata dal mio doc di fiducia.
“Ma Lei, cosa fa di notte?”
“Riordino la libreria, faccio la lavatrice, guardo la tv, studio, mi autocommisero…”
“Quanto dorme all’incirca?”
“4 ore, a volte anche 5…”
Insomma, parliamo, lui domanda, io rispondo.
“So che non crede nelle cose naturali, ma deve prendere la melatonina alle 20.” Lo guardo perplessa. “Ma non una pastiglietta, deve prendere 6 mg alla volta. E per rassicurarLa Le dico che per questa posologia serve la ricetta medica.”
Sarà autosuggestione, ma avere una prescrizione mi conforta.
E poi, vabbè, inizio a scalare anche l’antidepressivo.

per fortuna che conduco una vita sana

Da un paio d’anni ho ripreso in mano la mia vita e la mia salute, mangio bene, non mi strafogo più di lavoro con turni improbabili, mi prendo il mio tempo.
Insomma, dovrei essere un fiore.

Febbre a 39, nausea, mal di testa (anzi giramenti).
E così mi faccio da sola i test neurologici di base (naso-indice, mingazzini, muscoli facciali).
Sicura che tutto è in ordine mi nascondo a letto sotto le coperte.
Mi trascino dal mio medico inutile che mi sta alla larga “sei virale” e diagnostica “tonsillite batterica” e mi prescrive di bere tanta acqua e cinque giorni di antibiotico.

“Posso tornare al lavoro giovedì?”
“No.”
“Venerdì?”
“No e neanche sabato o domenica”

il diritto acquisito

Nel magico mondo dei freelance la malattia stagionale o comunque leggera (influenza, bronchite, sciatica…potrei fare un elenco lungo come la mia esperienza ipocondriaca) non è contemplata.
Fondamentalmente lavori e ti riempi di qualunque droga ti possa tenere in piedi.
Riduci al minimo indispensabile il riposo.
Magari non rendi al 100% ma cerchi di dare comunque qualcosa.
Io, per lo meno, ho sempre fatto così.
Questa settimana una febbre piuttosto alta mi ha bloccata.
Un pomeriggio ho resistito.
La mattina dopo ero in permesso orario per un concorso (stendiamo un velo pietoso) sostenuto con una discreta temperatura.
Il pomeriggio sono andata dal dottore.
E ho preso un giorno di malattia.
Mi sembra quasi incredibile questo “diritto acquisito” e, visto che posso fino alla scadenza del contratto, non farò l’eroe.