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dieci

Il 4 marzo di dieci anni fa spostavo la mia vita, la mia valigia e la mia lampada a Venezia.
Sono arrivata in una catapecchia bellissima, sul canale, con un divano che valeva il trasloco, una terrazza di legno splendida su un giardino messo male.
Ho incontrato delle persone che sono entrate a far parte della mia vita per quasi dieci anni e l’hanno cambiata.
Ho avuto un gatto par-time.
Ho avuto un moroso disfunzionale.
Due traslochi.
Una decina di lavori spesso sovrapposti.
Una tesi.

Fare l’elenco sarebbe difficile.

Però so una cosa: di quello che è stato – anche di fronte alle recenti vicende – non cambierei assolutamente niente.

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credere negli investimenti

Le cose cambiano: le amicizie, le condizioni di lavoro, i capelli.
E io sento che è il momento di ricominciare: trovare un nuovo posto nel mondo del lavoro e non solo, osare, investire e provare a credere che tra qualche mese tutto andrà bene e gli investimenti che sto facendo su me stessa daranno i loro frutti.
…e vorrei credere ancora alle favole…


sinceramente

Ero in ufficio e mi avvisano che c’è qualcuno per me.
E’ la persona che mi ha seguito quando ho scritto la prima tesi e, per me, è stata una pietra miliare, un incontro fortunato, l’inizio di un percorso, la consapevolezza che potevo fare delle cose in modo diverso, l’avverarsi di un desiderio. Trovare tutto questo in una persona quando si hanno solo vent’anni è già un dono.
Poi la vita mi ha portato altrove, ma lui capisce.
Anni fa non riuscivo a dargli del tu, oggi invece è venuto naturale.
“Come va qui?” Mi domanda.
“Bene, abbiamo un buon riscontro di pubblico.”
“No, intendevo. Tu, come stai qui, sinceramente?”
Sembrerà banale ma è la prima persona del mio mondo universitario/lavorativo che me lo chiede in dieci anni e che ascolta la risposta che gli do.
E abbiamo parlato per oltre un’ora o forse lui parlava e io, come al solito, pendevo dalle sue labbra; abbiamo spaziato su arte, biennale, didattica, la mia tesi, i rispettivi lavori, le scelte formative che ho fatto, la politica culturale e mi sono sentita piccola, un po’ ignurantella, desiderosa di ascoltarlo ancora e ancora e di ricominciare a studiare e di rivederlo.


le amare verità (per sorridere)

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l’ex professore

Secondo anno di università.
Un inverno difficile dal punto di vista meteorologico: c’era alta marea tutte le mattine e ogni giorno tutti (sia pendolari che non) uscivano di casa con gli stivali in borsa.
Solitamente all’ultimo ponte utile ci si ritrovava e ci si cambiava.
La regola quando si cammina nell’acqua alta è andare piano e non alzare i piedi per non muovere troppo l’acqua.
La cosa bella è che la città va a rallentatore.
Una mattina alle 8.30 avanziamo lungo la fondamenta e sentiamo un gran casino, vediamo qualcuno che corre a ginocchia alte in mezzo all’acqua.
A lezione ci ritroviamo difronte quest’uomo con i mocassini e i pantaloni fradici e una pozza d’acqua sotto ai piedi e ogni volta che si muoveva si sentiva quel tipico cic-ciac.
Tra l’altro ha un evidente deficit di attenzione, riscontrato anche durante la mia visita guidata.
Comunque, non mi ha insegnato molto e non lo considero un mentore…in compenso mi ha fatto ridere con la sua costante ridicolaggine.


in lotta contro me stessa

L’esame è andato.
Dopo essermi laureatalaureata e masterizzata ora sono abilitata come accompagnatore turistico.
Il che vuol dire un po’ di nuova fatica e forse un altro lavoro se riesco a trovarlo come dico io.
E’ una nuova prospettiva, quella che forse stavo cercando.
Il punto è che ci tenevo così tanto che mi sono veramente fatta del male: ho somatizzato la paura, lo stress, l’ansia, le mie aspettative.
Ho avuto un attacco di ansia lungo 36 ore (36!!! non 2) con tachicardia, vomito, agorafobia e un paio di picchettini di panico piccoli piccoli ma ben evidenti. Ed è stato difficile vivere. Mi ha aiutata ovviamente la chimica, la mia camera da letto completamente al buio, il silenzio e un orso di peluche.
E non ero tanto preoccupata di quello che avrebbero pensato gli altri di me, anzi chi mi vuole bene si è stretto attorno a me, bensì quello che io sento di me. Ho la netta convinzione di non avere un’intelligenza da secchiona, a scuola la mia media era del 6,5, sono uscita con un voto discutibile alla maturità e – ormai raramente perchè ci ho messo una pietra sopra – sento ancora quel fallimento che è stata la bocciatura. I voti fighi sono arrivati solo all’università che mi divertiva e mi stimolava e nel fare questo concorso sono tornata indietro, a quel senso di mediocre inadeguatezza quando riconoscevo un ablativo assoluto e come una cretina non lo traducevo.
Che poi, come dice anche mamma: chi se ne importa se sono stata abilitata con la mia solita media schifosina del 6.5, l’importante è essere abilitati.
E anche questo numero cadrà nel dimenticatoio e a nessuno importerà del fatto che io ho preso poco più di 21 e un altro, magari, 28.
I numeri alla fine non contano, contano solo le esperienze, la voglia di lavorare e una sana dose di fortuna.
Però, qui posso dirlo, se io solo mi aiutassi un pochino di più molte cose sarebbero più facili.


sono come un dvd tarocco

Sono masterizzata.
Nel senso che oggi ho saputo che ho superato l’esame finale del master.
Quindi, non sono diplomata, non sono laureata, sono…masterizzata.
Un sollievo.
Ho temuto il peggio come mi si conviene.
Ma sono felice, felice, felice.
E assonnata.
E felice di essere di nuovo a casa mia, a Venezia.
E richiude il tag “università”!